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lunedì 10 luglio 2023

L'eutanasia del nonnino

L'eutanasia del nonnino



Un triste racconto nascosto tra le pieghe dell'umorismo
che induce ad amare riflessioni dopo aver propiziato sorrisi.
  
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Nonno Leone, detto Leonnino
 aveva vissuto sano allegro e fumatore fino a novantatré anni.
Poi la nonna era morta nel sonno, dopo che per tutto il giorno
aveva preparato barattoli di marmellata di fichi.
Era morta dolce. Leone aveva pianto, ma non tanto.
Poi si era messo a mangiare pane e marmellata di fichi
mezzo barattolo a pranzo e mezzo a cena.
Quando i barattoli erano finiti
aveva smesso di nutrirsi e aveva cominciato a rimpicciolire.
 Prima si era ingobbito, poi si era seccato come una pianta senz'acqua
le braccia e le gambe si erano scheletrite, e infine aveva smesso di camminare.
Il medico aveva detto che era una sindrome senile con un nome tedesco
e non c'era rimedio.
Così nonno Leone era stato messo su una sedia a rotelle.
Anzi, siccome i figli erano un po' taccagni
e una delle figlie aveva avuto un parto gemellare
lo sistemarono sul vecchio passeggino doppio con le tendine rosa,
non tolsero neanche il carillon con il girotondo di api.
Su questa spider biposto il nipote Ottavio, l'unico che gli era affezionato
lo portava in giro, ai giardini e al supermercato.
Teneva la capotta del passeggino abbassata
e si vedevano spuntare i piedini del nonno, dentro ai sandali.
Ma c'era un problema : il nonno continuava a fumare il toscano.
Perciò in parecchi, vedendo il fumo e sentendo l'odore particolare, si avvicinavano.
E se Leonnino alzava la capotta
più di una volta qualcuno faceva un salto indietro o urlava di terrore.
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 Ai vigili chiedeva come andava il traffico
ai pompieri se c'era qualche bell'incendio in giro.
Parlava coi senegalesi e coi filippini facendo finta di essere del Comune
si informava su come stavano in Italia, se gli piaceva il cibo
cosa mangiavano al loro paese, come si diceva "buonasera "o "cantiere" nella loro lingua.
 A volte si scambiavano barzellette.
Era gentile con tutti, ce l'aveva solo con gli albanesi e faceva delle gran tirate razziste.
Si scoprì il motivo della misteriosa avversione.
Settant'anni prima un suo amico che si chiamava Albanesi Angelo
gli aveva rubato una fidanzata.
Nel suo senile encefalo questo aveva generato un po' di confusione.
 Poi Leonnino iniziò a telefonare alle linee erotiche. Trovò sui giornali il nome di battaglia :
Conte Leonpoldo Toscani della Mezzaruspa, Leon per gli amici.
E come conte Leon cominciò a telefonare ogni notte a una certa Carolina.
Ma non era abbastanza romantica.
Poi scelse Clara. Ma non era abbastanza porca.
Poi trovò Chantal.
Aveva la erre francese anche se era di Foggia e scoppiò un'attrazione cellulare.
Avevano inventato il gioco "cosa ti farei cosa mi faresti".
Lei diceva : « Cosa mi faresti col vibratore ? »
e lui, che pensava all'operaio del martello pneumatico, rispondeva :
« Ah no, in tre non mi piace. »
Allora Chantal, per eccitarlo
gli leggeva i risultati delle partite del campionato di calcio 1963-64.
 Erano gli anni in cui la squadra del nonnino andava forte e vinceva lo scudetto.
Quando lei diceva col suo succedaneo di accento francese :
« Batutà la Juventus per troi a zero » il nonnino aveva un orgasmo,
che non era proprio un orgasmo, ma una specie di brividino
che portava il pistolino da tre a cinque centimetri di lunghezza.
I figli erano disperati per il costo di tutte quelle telefonate
ma il nonnino aveva la sua pensione e non accettava consigli
voleva spenderla tutta lì.
« Non voglio morire da solo » diceva « ho bisogno di compagnia. »
 Vennero a trovarlo un po' di più, ma restavano mezz'ora e poi svanivano.
Dopo un po' il nonnino si stancò di Chantal, e della pesca alla carpa in diretta,
aveva capito che gli amici ormai gli parlavano dal bar, invece che dal fiume
e le carpe erano tutte oltre i venti chili, cioè fuori dal Ctdbi
( Coefficiente tollerato di dilatazione della bugia ittica ).
Inoltre il povero Werter, a forza di andare in cantiere
si beccò una polmonite da polveri cementizie e il dottore gli proibì di uscire.
Il nonnino diventò ancora più annoiato e apatico.
Smise anche di rompere i marroni di notte, soltanto talvolta
telefonava a quelli col cognome Albanesi e sparava pernacchie da motosilurante.
I parenti diradarono ancor più le visite, anzi non ne veniva più nessuno.
Leonnino mise un cartello :
SI ACCETTANO VISITE ANCHE DA PARENTI DI ALTRI.

Ma le ore non passavano mai.
Una mattina che Leonnino era particolarmente depresso
e l'unico suo divertimento era sputare lontano la dentiera,
vide che, nella camera davanti alla sua,
avevano ricoverato un vecchietto lamentoso e antipatico
tale Pavarini Ermete, quasi cieco per il diabete.
Ma Pavarini era un ex negoziante e aveva i soldini,
perciò era assistito da una badante bella, bionda e lituana.
Si chiamava Tatiana.
Ermete Diabete era odioso, scoreggiava in continuazione,
trattava male e insultava la bella Tatiana. Il nonnino non lo poteva sopportare.
Si era subito innamorato della bella badante, che gli sorrideva sempre
e si aggiustava le calze bianche davanti a lui, facendolo salivare come un neonato.
E siccome la vedeva triste e infelice col bieco, puzzolente Ermete Diabete
concepì un piano diabolico.
Aspettò che lei prendesse un giorno di permesso e che Pavarini rimanesse solo.
Quindi la sera
spingendosi sulla sedia a rotelle e indossando una vestaglia bianca tipo camice
entrò nella stanza di Pavarini e dichiarò : « Sono Albanesi, il medico di guardia. »
E l'altro, che era quasi cieco, disse : « Un dottore nuovo ? E cosa vuole da me ? »
« Le porto una nuova cura omeopatica per il diabete.
Sono compresse, ne deve prendere dieci ogni mattina, e dieci alla sera.
Sono anche buone di sapore. Ma non lo dica a nessuno,
è una cura sperimentale americana, la diamo solo a lei perché è un paziente di riguardo. »
Pavarini, lusingato, ne mangiò una e disse : 
« Ma sembra proprio un gianduiotto, ha lo stesso sapore. E ha anche la carta stagnola ! »
«  È una medicina nuova, si chiama Glicotamazol.
Mi raccomando, dieci alla mattina e dieci alla sera. »
La mattina dopo trovarono Pavarini secco nel letto con la glicemia a seicento.
Dopo breve indagine il caso dei misteriosi gianduiotti fu chiuso, per evitare scandali.
Quando Tatiana tornò
trovò davanti alla porta della stanza del defunto Pavarini il nonnino che le dichiarò :
« Ora sono io il tuo uomo, biondona. »
Così iniziò il loro amore.
Lei lo lavava, lo coccolava, lo portava su e giù per i corridoi in carrozzina
gli cantava canzoni nella sua lingua, lo sgridava perché non prendeva le medicine.
Lui le toccava il culo con discrezione e la guardava per ore, con aria amorosa.
Le insegnò a fumare il toscano e a fare i cruciverba in italiano,
e le raccontò tutta la sua vita.
Ma un giorno Tatiana non venne più.
Si venne a sapere che era sposata, e che il marito uscito di prigione
l'aveva riempita di botte e portata via. Chissà dov'era.
Al telefonino non rispondeva. Tatiana perduta, Tatiana lontana !
Allora Leonnino decise di uccidersi.
Come primo tentativo si buttò giù dal letto, ma si slogò solo un gomito.
Poi con la sedia a rotelle investì il carrello dei pasti, ma riportò solo una lieve ustione da purè.
Una notte cercò di soffocarsi col cuscino
lo trovarono al mattino livido e ansante, ma vivo.
Infine si mise sotto le coperte e scoreggiò trecentottantasei volte.
Quando l'infermiere sollevò le lenzuola svenne
e con lui il trenta per cento del personale paramedico
e gran parte dei topi nei sotterranei dell'ospedale.
Ma il nonno riportò solo una lieve intossicazione da gas scatolico e si riprese in fretta.
Per sicurezza gli tolsero anche i fiammiferi e i lacci delle scarpe.
Allora chiese al nipote Ottavio di fargli l'eutanasia.
Ottavio disse che era matto. Implorò per telefono gli amici.
Metà non se la sentiva, metà non sapeva cosa voleva dire "eutanasia".
Fece lo sciopero della fame, ma lo alimentarono con la flebo.

Il prete venne per convincerlo che la vita era sacra
e lui cercò di rubargli il cordone del saio per strangolarsi.
« Voglio andarmene quando pare a me » diceva Leonnino « cosa vi interessa a voi ? »
Una notte ci andò vicino : riuscì a fregare dall'infermeria un tubetto di sonnifero.
Ingoiò quaranta pastiglie verdoline, sembrava che mandasse giù delle Valda.
Restò in coma sei giorni in cui sognò di tutto :
dai diavoli dell'Inferno che fumavano toscani insieme a lui
alla Juventus che veniva retrocessa in serie C, ma quella del Lussemburgo,
sognò che trombava Tatiana su una slitta nei boschi lituani
e sognò che pescava sul fiume e tirava su una carpa di cento chili
con dentro il cadavere di Albanesi Angelo.
Ma si svegliò ancora vivo, se vita si poteva chiamare.
Pesava ormai trenta chili ed era solo occhi e becco, come un gufetto.
Una mattina venne in visita il primario Frammassoni.
Era elegante, brizzolato, cinico e anamnestico. Medici e pazienti ne avevano paura.
Il primario consultò le cartelle cliniche, fece una smorfia schifata per l'odore della stanza
e parlò a bassa voce con l'infermiera. Non si avvicinò neanche.
Disse al nonnino :
« La smetta coi suoi patetici tentativi di morire, causando problemi a tutti.
Ringrazi di essere curato e di occupare quel letto,
con tanti più giovani di lei in lista di attesa per un ricovero. »
« Allora, se è così, liberi un posto e mi ammazzi, il mio bel fighetto »  disse il nonnino.
Il dottore, adirato, pensò per un attimo di preparare una flebo da schiantarlo.
Ma ci teneva troppo alla carriera,
e non voleva mai perdere i pazienti, potevano nascere delle grane.

Il nonnino restò sveglio tutta notte, con un gran magone.
Pregò anche Sghetto, dio del biliardo e dei pescatori,
di prenderlo alla lenza e portarlo via dal gioco del mondo. Ma invano.
E la notte fu piena di dolori e incubi.
Così la mattina Leonnino si fece avvicinare con la sedia alla finestra,
e appena l'infermiere uscì iniziò a gridare : « Aiuto, qua dentro non mi vogliono uccidere ! »
Era tutto ossa, ma aveva una voce come una sega elettrica.
Tutti, nel cortile, lo sentirono e lo videro.
Il primario Frammassoni piombò adirato. Il nonnino con le lacrime agli occhi gli disse :
« La prego, mi faccia una puntura. Non è niente per lei... non vede come sono ridotto ? »

« Glielo dirò una volta per tutte » sibilò Frammassoni
« Se lei avesse dei soldi, troverebbe forse qualcuno che la farebbe morire.
Ma lei è un poveraccio.
Una di quelle migliaia di inutili carcasse che noi dobbiamo mantenere e curare.
E sa perché ?
Perché se uno di voi muore in circostanze poco chiare
ci saltano addosso tutti, parenti, avvocati, giornalisti.
Io la eliminerei molto volentieri.
Ma per dirla francamente, mi disgusta la sola idea di toccarla.
Domani verrà in visita il ministro della Sanità, per inaugurare il nuovo reparto rianimazione.
Lei non ci darà problemi.
Le darò tanti sedativi che non riuscirà neanche ad alzarsi dal letto.
Domattina però si sveglierà vivo, inutile ma vivo. »
 Leonnino lo guardò fisso. Poi tirò fuori da sotto un cuscino un toscano e chiese :
« Mi fa accendere ? »  « Portategli via anche i toscani » disse il dottore, con un ghigno.
La notte passò, tra lamenti, cigolar di carrelli e vapori di alcol.
Ma verso l'alba, un odore acre invase i corridoi. Veniva dalla camera 93.
L'infermiere entrò. La stanza era impregnata di fumo. Ovunque, mozziconi di sigaro.
 Il nonnino aveva una scorta segreta e si era fumato trenta toscani di fila.
Rantolava senza fiato. Il primario Frammassoni schiumò di rabbia.
Non poteva far morire un paziente proprio il giorno della visita del ministro.
Perciò ricoverò il nonnino in rianimazione, pieno di tubi e flebo e circondato da monitor.
Mancava mezz'ora alla cerimonia, quando il nonnino aprì gli occhi.
Si era già ripreso, trenta toscani erano roba da ridere per lui.
Si tolse dal naso il tubo dell'ossigeno, e lasciò che il gas riempisse bene la stanza.
Aprì il pugno destro, e dentro c'era un toscano. Se lo mise in bocca.
Aprì il pugno sinistro, e dentro c'era un accendino fregato all'infermiere.
Accese il toscano. Ci fu una bella e spettacolare esplosione.
Il reparto bruciò per tre giorni. Bruciò anche una fetta di ospedale.
Per fortuna nessuna vittima, a eccezione di Leonnino
di sessanta topi e dell'equilibrio mentale di Frammassoni.
Il primario infatti, con l'inchiesta ancora in corso
ebbe un tremendo esaurimento nervoso e fu ricoverato in clinica psichiatrica.
Non dormiva più, aveva il terrore di chiudere gli occhi.
Perché, se si addormentava, faceva sempre lo stesso orribile sogno.
Un cantiere disastrato, con tracce di un recente incendio.
E tra il fumo e la polvere, appariva il fantasma del diabolico nonnino.
Lo guardava con gli occhi da gufo e diceva : « Dottore, mi fa accendere ? »
E rideva.

- Stefano Benni -
La grammatica di Dio: Storie di solitudine e allegria
Feltrinelli

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