Privilegio europeo
Solo chi partecipa può vincere: l’Italia al tavolo delle élite
europee
Un tempo era solo uno slogan da lotteria
inciso sui biglietti che promettevano fortuna:
“ Solo chi partecipa può vincere ”.
Oggi è la regola d’oro delle élite europee, la frase che brucia come una
ferita aperta.
L’Italia, illusa di sedersi al tavolo dei vincitori, ha portato il pane
dei suoi poveri,
l’orgoglio dei suoi lavoratori, la memoria dei suoi padri.
E in cambio ha ricevuto applausi educati, un sorriso di circostanza
e il privilegio di pagare per tutti.
Nei palazzi dove l’aria sa di velluto e contratti blindati, si brinda
alla “ visione europea ”.
Mattarella, con tono pacato, ha parlato di “
coraggio e visione ”.
Ma quel coraggio non apparteneva al popolo,
bensì ai banchieri che hanno scommesso sulla pelle dei cittadini.
L’euro, ci dissero, sarebbe stato il ponte verso la prosperità.
È diventato una catena dorata, lucidata con le parole
“ stabilità ” e “ unità ”.
L’Italia si è consegnata in silenzio,
convinta che la modernità si misuri in tabelle Excel
e che la libertà valga meno di uno zero virgola.
Oggi il Paese vive in apnea, sospeso tra l’orgoglio e la
rassegnazione.
Le piazze sono svuotate, ma sotto la cenere ribolle ancora qualcosa.
C’è un sordo ronzio che cresce: la stanchezza.
Non si vede nei telegiornali,
ma si sente nei respiri trattenuti dei lavoratori,
nelle mani screpolate dei pensionati,
negli occhi di chi non crede più ai miracoli del mercato.
Le parole dei potenti risuonano vuote:
“ riforme ”, “ resilienza ”, “ competitività ”.
Ma dietro quelle parole non c’è il futuro, c’è solo un Paese che
arretra,
centimetro dopo centimetro, verso il silenzio.
L’élite europea non ha più troni, ma banche centrali.
Non impone tasse, ma parametri.
Ha sostituito il ferro con il debito, la spada con il contratto.
L’Italia, culla di civiltà, si ritrova a mendicare permessi e
finanziamenti,
mentre i suoi figli partono e i suoi anziani muoiono di bollette.
È il trionfo dell’obbedienza travestita da progresso.
Ci hanno insegnato
a chiamare schiavitù “ responsabilità ”, dipendenza “ solidarietà ”.
E intanto, con il linguaggio levigato delle istituzioni,
ci sottraggono ogni briciolo di sovranità.
Ma il vento cambia. Sempre.
Perché la fame di libertà non muore nei popoli, dorme.
E quando si risveglia,
scuote i troni, spezza i contratti, brucia le carte dei banchieri.
Verrà il giorno in cui le parole non basteranno più,
in cui le piazze torneranno a riempirsi di voci e non di
statistiche.
Quel giorno, l’Italia si ricorderà di essere stata grande.
Non nei bilanci, ma nella dignità. Non nei parametri, ma nei cuori.
E allora i signori dell’euro
scopriranno che non si può calcolare la libertà, non si può misurare la
coscienza.
Perché un popolo che smette di credere alla paura è un popolo che torna a
respirare.
E l’Italia, ferita ma viva, lo farà ancora.
- Carmen Tortora -
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