Lo diceva Catone
Aut dormire eum oportet aut laborare
Aut dormire eum oportet aut laborare
cicala Catone nel suo
De agri coltura
a proposito degli schiavi.
L’hanno talmente preso in parola che oggi, in piena democrazia
liberale,
o dormi o lavori o ti occupi di burocrazia.
Basta intendersi sui termini lavoro e burocrazia.
Per lavoro non s’intende solo l’occupazione retribuita,
ma quel pulviscolo di obblighi cui siamo ormai assuefatti (shadow work).
Gli ortaggi al supermercato li peso io, la benzina la metto da solo,
gli acquisti me li pago da solo alla cassa automatica etc etc;
del pari, e siamo alla burocrazia, i documenti li prenoto online,
con lo SPID o il CIE, le scadenze devono programmarle io,
e poi ci sono i bonus, le rate, le autorizzazioni,
le missive incomprensibili dell’Agenzia delle Entrate, i ricorsi da fare,
le centinaia di account con le relative password,
i profili dei fornitori di energia, gas, telefono;
le raccomandate con le cifre sbagliate della nettezza urbana;
i totem multimediali alla ASL,
il fascicolo sanitario elettronico, la fatturazione elettronica,
le esenzioni online, l’home banking,
i mobili da costruire come le sorprese dell’ovetto Kinder
( per risparmiare quattro spicci, crede il micco );
e poi i social, le risposte agli utenti, le risposte alle
diffamazioni,
le risposte agli avvocati online che t’hanno denunciato per diffamazione
perché dici che il tal politico è un cialtrone
( lo è, ma ti querela comunque via organizzazioni che accendono
denunce seriali ).
Persino le associazioni culturali si stanno trasformando in realtà dalla
contabilità folle.
Alla fine della giornata ti rimangono cinque o sei ore,
sei sfinito, vorresti fare tante cose, ma non puoi farne nessuna.
L’unica è piombare in un sonno leggero, gonfio di preoccupazioni;
per risvegliarsi al mattino e rilanciarsi nella ruota del criceto. C.d.C.
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