L'ipocrisia dell'antefatto
L’UE ha deciso che il low cost importato da fuori Unione va
frenato,
e naturalmente lo fa nel modo che conosce meglio: mettendo un costo in
più.
Prima
è arrivato il dazio fisso di 3 euro sui piccoli pacchi sotto i 150
euro,
in vigore dal 1° luglio 2026.
Poi, il 26 marzo 2026, Parlamento e Consiglio
hanno chiuso un accordo politico sulla riforma doganale
che prevede anche una nuova tassa di gestione per ogni articolo spedito
da Paesi terzi
direttamente ai consumatori europei.
L’importo non è stato ancora fissato, ma la sostanza è chiarissima:
il tempo del pacchetto a due soldi che entra quasi liscio è finito.
Il capolavoro, come spesso accade a Bruxelles, è l’ipocrisia
dell’antefatto.
Per anni hanno lasciato entrare miliardi di piccoli pacchi,
hanno tollerato un sistema costruito su prezzi stracciati, controlli
fragili
e dichiarazioni di valore spesso molto fantasiose,
e adesso fingono di aver scoperto all’improvviso che qualcosa non
funzionava.
Adesso parlano di “modernizzazione”, “sicurezza”, “armonizzazione”,
come se non stessero semplicemente cercando di rattoppare in fretta un
meccanismo
che hanno lasciato crescere fuori scala.
Il risultato per i consumatori è elementare:
gli acquisti più economici diventeranno meno convenienti.
E non colpirà chi spende cento euro senza guardare troppo il prezzo,
ma chi usa il low cost per tirare avanti comprando vestiti economici,
accessori, piccoli oggetti e cianfrusaglie varie a pochi euro.
In teoria il costo grava sulle piattaforme.
In pratica, come sempre, alla fine paga il cliente.
Bruxelles la venderà come una grande riforma di civiltà doganale.
Più realisticamente, è l’ennesima stretta travestita da efficienza.
- Carmen Tortora -
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